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L'allevamento caprino ha origini molto antiche. La sua origine risale infatti al 9.000-10.000 a.C. nella zona del medio oriente, molto probabilmente in Iran. Nei secoli poi si è diffuso, in particolare per la capacità di adattamento di questi animali. Riserva di carne, latte e pelli, il capretto diventa spesso bestia sacrificale da offrire alle divinità ed entra in molti riti religiosi. Lo troviamo anche nella Pesach, la pasqua ebraica.
Una zampa arrostita di capretto fa parte infatti del Seder, una cena particolare che si consuma seguendo un ordine rituale ben preciso nelle prime due sere della festa.Il capretto bianco di Gambellara era uno degli animali storici della nostra provincia destinato però all'oblio. Se n'erano perse ormai le tracce, quando un intervento dell'Assessorato Provinciale all'Agricoltura ne ha permesso il recupe! ro e il rilancio grazie al lavoro dell'Azienda Sperimentale La Decima.E dire che per la cittadina di Gambellara il capretto era un vanto e anche una discreta fonte di reddito, sia per gli allevatori, che per i ristoratori, abituati ad ospitare clienti da tutto il Veneto.
Ne dà testimonianza anche Ortensio Lando, che nel 1553 così ne parla nel suo Commentario delle più notabili e mostruose cose d'Italia e altri luoghi: “Buoni vini havrai nel Frioli, migliori in Vicenza dove ancho magerai perfettissimi capretti”. Un tempo ogni famiglia di Gambellara possedeva uno o più capretti: era un animale semplice da allevare e meno delicato di altri nella scelta del foraggio. Negli anni, dalla più ampia popolazione di capra alpina, gli allevatori di Gambellara hanno selezionato gli esemplari a vello bianco, perché si dimostravano i migliori per la doppia attitudine a produrre carne e latte di buona qualità. Una scelta molto pra! gmatica, quindi, come era d'uso negli agricoltori di un tempo.Molto diffusi erano gli allevamenti di capretto nei primi anni del secolo.
I capi allevati in provincia crebbero infatti fino a raggiungere il considerevole numero di 13.033 esemplari nel 1927. In seguito, a causa del divieto di pascolare in boschi e terreni cespugliosi e a una imposta istituita nel 1931 per gli allevamenti con più di tre capi, il numero diminuì drasticamente, tanto da rischiare di provocarne l'estinzione. L'utilizzo più diffuso delle carni di questo animale è quello di cuocerle allo spiedo per la preparazione del “Cavreto alla vicentina”, un tempo destinato solo a nobili e ricchi. Per prepararlo si usa un capretto da latte di non più di 50 giorni di vita. Dopo una marinata di due giorni in olio d'oliva, limone e spezie, va cotto lentamente davanti a un fuoco di faggio, fino a farlo diventare dorato e croccante all'esterno, ben cotto ma tenero all'interno.
Il capretto, per noi vicentini, è legato a doppio filo ! con la primavera. La tradizione vuole, infatti, che finisca sulle tavole proprio il giorno di Pasqua, assieme a un calice di Gambellara Classico, preferibilmente nelle sue versioni più strutturate. Al capretto viene anche dedicata una festa, che si svolge il lunedì di Pasquetta a Selva di Montebello Vicentino, in contemporanea con la festa dei vini della DOC Gambellara.
Fonte Il Giornale di Vicenza, 28 luglio 2011
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